Michele Scalini
Oltre il domani
Oltre il domani
Descrizione:
Il petrolio è finito. La civiltà è crollata. Ma non tutto è perduto.
Anno 2120. Il mondo non è più quello che conosciamo.
Sessant’anni dopo l’estrazione dell’ultimo barile di petrolio, le grandi nazioni sono scomparse, rimpiazzate da città-fortezza dominate da corporazioni energetiche, regimi violenti e servizi segreti corrotti.
Marcus Renn, poliziotto tormentato, è solo un ingranaggio in questo sistema spietato. Fino a quando il destino lo mette sulla strada di Mira Solberg, una giovane scienziata che ha scoperto una nuova sostanza in grado di sostituire il petrolio e restituire un futuro al pianeta.
Ma la sua invenzione è troppo pericolosa.
Per chi controlla le ultime risorse, la speranza è una minaccia.
Inizia così un viaggio fatto di fughe, tradimenti, verità scomode e scelte impossibili.
Marcus dovrà decidere se restare fedele a un sistema marcio o combattere per qualcosa di più grande.
“Oltre il domani” è un romanzo di fantascienza distopica che unisce azione, tensione e riflessione ecologica.
Una storia potente, dal ritmo cinematografico, perfetta per i lettori che amano mondi decadenti, eroi riluttanti e trame ad alto impatto emotivo.
Quando il domani non esiste più, serve qualcuno disposto a rischiare tutto per reinventarlo.
Dettagli Prodotto:
Editore: Independently published
Data pubblicazione: 2 Dicembre 2025
Lingua: Italiano
Copertina flessibile: 462 pagine
ISBN: 979-8277041727
Genere: Fantascienza, Avventura, Distopia, Thriller
Primo Capitolo
Negli ultimi anni avevo iniziato a osservare il mondo con un occhio diverso dal solito, uno sguardo più critico, più realistico, forse persino inclinato verso un cinismo che non mi apparteneva fino a qualche tempo prima.
Tutto ebbe inizio dopo la morte di mia moglie, avvenuta tre anni prima, stroncata da problemi respiratori causati dall’aria malsana che soffocava ogni giorno di più la città.
Avevo cercato di aiutarla nel miglior modo possibile, offrendole tutta l’assistenza che un marito devoto avrebbe potuto dare quando vedeva la persona che amava consumarsi lentamente.
Eppure, la drammatica carenza di medicinali efficaci per alleviare i suoi disturbi portò a un irreversibile peggioramento delle sue condizioni, trascinandola verso una fine inevitabile e lasciandomi solo, privo di qualsiasi ragione per cui valesse ancora la pena lottare.
Con la sua scomparsa, anche una parte di me svanì, lasciando spazio a un uomo freddo, distaccato, colmo di rabbia e di un profondo disprezzo nei confronti della società in cui vivevo e che, paradossalmente, ero costretto a difendere perfino da sé stessa.
Tutto era diventato più insopportabile: la città e le sue strade soffocanti, la mia abitazione ormai mutevole e vuota, perfino la centrale di polizia in cui prestavo servizio aveva assunto un aspetto diverso rispetto a quando avevo mosso i primi passi nella mia carriera.
Era diventato un luogo tetro, cupo, che ai miei occhi non rappresentava nient’altro che lo specchio fedele del degrado in cui stava precipitando la nostra società.
Questa percezione sempre più distorta della centrale mi portò a dare un soprannome decisamente insolito ma, a mio avviso, perfetto, al suo ingresso: il varco dell’inferno.
La parte ironica di quel nome, che riusciva ancora a strapparmi un mezzo sorriso ogni volta che ci pensavo, era che si adattava sia quando attraversavo l’ingresso per entrare, sia quando lo oltrepassavo per uscire.
Ogni volta che prendevo servizio o rientravo da un’indagine, mi ritrovavo immerso in un vortice di agenti in divisa impegnati nell’accompagnare i criminali che infestavano le aree periferiche di Erebos: individui miserabili, dediti allo sfruttamento della prostituzione, allo spaccio di droghe sintetiche, all’estorsione, al traffico di esseri umani o alla vendita clandestina di energia.
Quei bastardi finivano alla centrale, dove restavano solo poche ore, giusto il tempo di compilare qualche modulo o scambiare due parole con i detective, prima di essere nuovamente rilasciati e autorizzati, di fatto, a tornare ai loro loschi affari come se nulla fosse.
Noi agenti di polizia avevamo le mani legate: non potevamo fare molto contro quei criminali, ci limitavamo ad arrestarli e portarli alla centrale, più per placare l’opinione pubblica che per un reale senso di giustizia, giusto per dimostrare che il corpo di polizia, almeno in apparenza, stava facendo la sua parte.
Peccato che gran parte dei miei colleghi fosse corrotta, tutti al soldo delle bande criminali, così come lo erano i detective e i giudici che avrebbero dovuto seguire quegli arresti con rigore e imparzialità.
Ovviamente, anche io ero corrotto come gli altri, ma non accettavo denaro da quei farabutti: mi limitavo a non ostacolarli più del necessario, chiudendo gli occhi di fronte ai loro traffici, così da poter vivere la mia vita senza attirare attenzioni indesiderate.
A volte mi capitava di arrestarne qualcuno, ma ogni volta avvisavo tempestivamente il loro capo, spiegando il motivo dell’arresto e garantendo che sarebbero tornati presto in strada.
Quel modo di fare, in un certo senso pragmatico e opportunista, mi assicurava sconti sui rifornimenti di gas e di energia elettrica, risorse ormai completamente nelle mani delle organizzazioni criminali, che si facevano pagare profumatamente per garantirle a chi ne aveva bisogno.
Quando uscivo, quando attraversavo il varco dell’inferno per tornare al mondo che mi attendeva oltre quell’edificio, mi ritrovavo costretto a fare i conti con il declino della società degli ultimi sessant’anni, un declino al quale sembrava non esistesse né un modo né una reale volontà di porre rimedio.
Di solito avevo l’abitudine di fermarmi appena oltre l’uscita, spostandomi di lato per non intralciare il costante via vai di agenti che entravano e uscivano, e in quel momento mi accendevo una sigaretta mentre osservavo ciò che si apriva davanti ai miei occhi.
Fumavo con calma, lasciando che il fumo si disperdesse nell’aria già satura dei gas di scarico delle auto di pattuglia che andavano e venivano senza sosta, e intanto facevo scorrere lo sguardo lungo gli edifici che mi circondavano.
Lo muovevo lentamente, soffermandomi sulle facciate consunte, sulle finestre sporche, sulle strutture decadenti, cercando un segno, anche minuscolo, di miglioramento: un indizio che potesse suggerire che non tutto era perduto, che forse, in qualche angolo nascosto della città, qualcosa stava finalmente cambiando.
Ma ogni volta, immancabilmente, il panorama urbano si rivelava identico a sé stesso, immobile e degradato, e nulla sembrava voler confermare ciò che avrei tanto desiderato credere.
In quei momenti mi ritrovavo ad alzare lo sguardo verso le torri che si innalzavano possenti nel cielo, colossi composti da vetri anneriti e acciaio corroso dal tempo, vere e proprie reliquie di un’epoca ormai trascorsa, quando l’umanità aveva creduto di aver raggiunto il suo apice evolutivo.
Alcune di quelle strutture erano state rinforzate con impalcature improvvisate, montate alla meglio per scongiurarne il crollo, e sulla loro sommità svettavano antenne metalliche progettate per catturare l’energia sprigionata dai fulmini durante i violenti temporali.
Quell’energia veniva poi convogliata e immagazzinata all’interno di potenti batterie, che la rilasciavano gradualmente per alimentare i circuiti elettrici delle abitazioni e degli uffici disposti sui vari piani.
Su alcuni tetti si potevano scorgere pannelli solari inclinati come scudi pronti a intercettare ogni raggio possibile, mentre ciminiere d’acciaio sputavano vapori azzurrognoli provenienti dai reattori a metano costruiti nel sottosuolo.
Le torri più alte, dominate dai venti di quota, ospitavano grandi turbine eoliche che ruotavano lente ma inesorabili, producendo un flusso costante di energia.
Le turbine non erano poste solo sulle torri: se ne vedevano ovunque, soprattutto nelle distese incolte che circondavano Erebos, affiancate da file di pannelli solari che punteggiavano il terreno.
Tutti questi dispositivi servivano a generare energia supplementare, fondamentale soprattutto per le zone che non venivano raggiunte dalla rete proveniente dalle centrali a gas.
Al di sotto di quelle torri si estendevano le periferie, i quartieri bassi e più poveri, dove gli edifici in rovina formavano veri e propri labirinti, attraversati da vecchie strade dissestate prive di asfalto, ricoperte soltanto di ghiaia e di rattoppi metallici che scricchiolavano sotto ogni passo.
Quelle costruzioni popolari crollavano lentamente, un detrito alla volta, e venivano sostenute con pezzi di legno, lamiere arrugginite e vetri recuperati dalle discariche della città, in un tentativo disperato di contrastarne il degrado.
In quelle zone miseria e povertà regnavano incontrastate, mentre le bande criminali tenevano saldamente in pugno il mercato nero che prosperava tra vicoli illuminati da lampade al neon riciclate, tremolanti come fiammelle sul punto di spegnersi.
Lì si commerciava di tutto: plastica recuperata da vecchie industrie ormai abbandonate, medicine rare vendute a prezzi esorbitanti e componenti tecnologici risalenti a un secolo prima del nostro, ancora funzionanti per miracolo o riparabili con un po’ di ingegno.
Quando mia moglie era malata, costretta a rimanere in casa attaccata a una bombola di ossigeno, ero solito recarmi proprio in quei mercati per cercare medicinali che potessero darle sollievo, magari anche solo per guadagnare qualche giorno in più.
Purtroppo, la gente che gestiva quei commerci sapeva bene chi fossi, sapeva che ero un agente di polizia, e alla mia vista alzava immediatamente i prezzi a cifre per me semplicemente irraggiungibili.
Per superare quella difficoltà, finii per cedere alle loro richieste, barattando il mio orgoglio e la mia integrità pur di tentare, in ogni modo possibile, di salvare la vita di mia moglie.
Fu così che, lentamente e quasi senza rendermene conto, divenni uno degli agenti più corrotti della centrale.
In mia discolpa, potevo solo dire che non avevo molte alternative: ero stato costretto a imboccare quella strada per evitare ulteriori sofferenze alla donna che amavo, alla compagna con cui avevo condiviso ogni fase della mia vita.
Naturalmente, quei farmaci ottenuti con così tanti compromessi non si rivelarono molto utili: riuscirono ad attenuare solo in parte i dolori provocati dalla malattia, ma non erano abbastanza forti da combatterla davvero, poiché col tempo avevano perso gran parte della loro efficacia.
Se avessi avuto un altro modo per aiutarla, lo avrei fatto senza esitazione, ma quella era l’unica cosa che mi restava, soprattutto da quando la produzione farmaceutica era crollata drasticamente, lasciando spazio a rimedi omeopatici che promettevano miracoli ma che, nella maggior parte dei casi, si rivelavano inutili illusioni.
Al centro di Erebos si ergeva la Cittadella, un vasto quartiere fortificato dove risiedevano le élite: coloro che un tempo avevano governato l’economia dell’intero pianeta e che, nel nostro presente decadente, controllavano nell’ombra tutte le bande criminali della città, e perfino noi stessi, come burattinai nascosti dietro un sipario di potere e corruzione.
La Cittadella era circondata da mura blindate, sorvegliate costantemente da droni che pattugliavano il perimetro con movimenti meccanici e implacabili.
Al suo interno si estendevano giardini idroponici perfettamente controllati, laboratori biotecnologici all’avanguardia e residenze scintillanti, un mondo artificiale e immacolato in feroce contrasto con il degrado che la circondava.
Solo chi risultava utile al regime poteva varcarne i cancelli; perfino noi agenti di polizia eravamo considerati indesiderati, poiché quella gente disponeva di un proprio esercito privato che controllava ogni accesso e impediva a chiunque di superare la fortificazione.
L’aria che respiravo tra una boccata di sigaretta e l’altra era impregnata di smog chimico: l’odore acre del gas bruciato si mescolava a quello del metallo arrugginito e dell’acqua che ristagnava nelle crepe dell’asfalto.
Il cielo era spesso coperto da nubi scure che si accumulavano come un sudario sopra la città, lasciandola immersa in una penombra perenne, rischiarata soltanto dalle insegne al neon dai colori vibranti e dalle fiaccole improvvisate che illuminavano le periferie più disperate.
Erebos non dormiva mai: era una città in perpetuo movimento, un organismo caotico che continuava a pulsare anche quando il buio avvolgeva ogni cosa.
Di notte, il suo cuore era un groviglio di luci artificiali, mentre bande e pattuglie si contendevano il controllo delle strade e la gente comune cercava, in silenzio e con ostinazione, di sopravvivere alla catastrofe che noi stessi avevamo contribuito a creare.
Di giorno, l’ambiente non cambiava molto: la situazione rimaneva invariata, ma il degrado appariva più evidente, più penetrante, come se la luce riuscisse a rivelare ogni crepa, ogni ferita, ogni traccia dell’incuria che soffocava la città.
A volte preferivo svolgere il turno di notte, perché almeno non ero costretto a vedere troppo di quel mondo in rovina, anche se ne percepivo comunque ogni istante il suo odore di morte e di distruzione, un miasma che aleggiava costantemente nell’aria.
Continuavo a fumare la mia sigaretta, inspirando quell’aria malsana che mi penetrava nelle narici portando con sé il tanfo dei gas bruciati necessari a produrre energia e a muovere i nostri veicoli.
Il mio sguardo si soffermò su un’auto che si stava avvicinando, lenta, per poi parcheggiare in fondo alla scalinata che conduceva fino al varco dell’inferno.
Ne scesero due agenti in divisa, il loro sguardo fiero appena visibile sotto il bordo del berretto, e uno dei due aprì lo sportello posteriore per far scendere una prostituta.
La osservai attentamente: probabilmente era colpevole di non aver fatto abbastanza sconti ai due in cambio dei suoi servizi, e ora veniva trascinata verso l’edificio dove sarebbe stata schedata per l’ennesima volta, anche se il suo volto era ormai più che noto a tutti.
«Agente Renn! Quella merda ti ucciderà prima o poi! Lo sai?» disse uno dei due, lanciandomi un’occhiata sprezzante mentre indicava con un gesto della mano la sigaretta che tenevo vicino alle labbra.
«Moriremo tutti prima o poi… agente Parker!» risposi con tono stanco, osservandolo mentre, insieme al suo compare, trascinava quella donna vestita a malapena per mettere in mostra la merce, la quale tentava una resistenza tanto minima quanto inutile.
Parker sorrise alle mie parole e continuò a spingerla verso l’ingresso della centrale, fino a scomparire oltre la soglia, lasciandomi di nuovo solo con la mia preziosa sigaretta.
Sapevo benissimo che il fumo mi avrebbe ucciso; non avevo bisogno che qualcuno me lo ricordasse.
Ma, a conti fatti, quello era il problema minore: poteva farlo un proiettile sparato da qualche teppista, oppure la stessa aria avvelenata che eravamo costretti a respirare ogni giorno.
«Fanculo» borbottai, tirando un’ultima lunga boccata prima di gettare la sigaretta a terra e schiacciarla con la punta dello stivale.
Tanto, alla fine, saremmo morti tutti, come avevo già detto a Parker.
Non c’era nulla che potessimo fare per evitarlo.
Ma, per come la vedevo io, uno che ormai non aveva più niente da perdere, valeva la pena concedersi qualche piccolo vizio, almeno per illudersi di non essere del tutto alla mercé degli eventi.
Mi sistemai la giacca e rivolsi lo sguardo verso la strada che conduceva alla mia dimora, pensando che avrei potuto fermarmi alla rosticceria che si trovava a pochi edifici di distanza, dove ero solito prendere qualcosa per cena.
Abbandonai il mio punto di osservazione e iniziai a camminare con le mani affondate nelle tasche, il capo chino e lo sguardo fisso sulle mattonelle consumate del marciapiede, nel tentativo deliberato di evitare tutto ciò che mi circondava.
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